
Università: muoversi per la pace
Sappiamo come il “macchinario” dell’università possa essere lento a muoversi, soprattutto se ci sono attriti, resistenze e forze che tirano in direzioni diverse.
E tuttavia, come appartenenti alla comunità universitaria, ci preoccupa la lentezza con cui, sui temi della pace e della nonviolenza, si sta muovendo l’Ateneo di cui facciamo parte.
Ci preoccupa perché la lentezza diventa inazione; ci preoccupa perché, al contrario, la spinta verso la militarizzazione e verso l’assetto di guerra nella società, nell’economia e nei rapporti tra stati — a livello italiano, europeo e internazionale — corre veloce; ci preoccupa perché l’università rinuncia così al suo ruolo di riflessione, contributo e guida nel dibattito pubblico su temi importanti che non possono essere lasciati in mano alla propaganda di parti (che siano partiti, lobby o faccendieri) che appaiono sempre più schierate nel perseguire i propri interessi (di potere, ideologici ed economici) e lontani dal bene comune dei popoli (italiano, europei, internazionali).
Siamo molto preoccupati di quello che sta accadendo e ci spaventano le dichiarazioni, le linee guida, le disposizioni e le risoluzioni che si susseguono giorno dopo giorno, in Europa e in Italia, dal momento in cui la Russia ha attaccato l’Ucraina.
E ci spaventa ciò che rende possibile tutto questo, vale a dire la lettura che si fa della situazione politica internazionale e delle sue dinamiche, le spiegazioni che se ne danno, le ricette che vengono proposte, l’ineluttabilità di un conflitto che, profezia che si auto-avvera, diventa così sempre più minaccioso e incombente.
Abbiamo sperato, all’inizio, che l’Università (le università italiane tutte) potesse rivolgersi alla società civile e alle forze politiche nelle cui mani sono le scelte del nostro Paese per promuovere una riflessione lucida su quanto stava accadendo, per permettere di individuare le strategie efficaci a frenare quanto stava arrivandoci contro a tutta velocità, a disinnescare la minaccia che si addensava.
E invece abbiamo assistito, allarmati, al perdurare dei conflitti, al loro moltiplicarsi e all’ingigantirsi della portata delle loro conseguenze, vergognandoci non solo dei discorsi dei politici, delle loro scelte e di certi, troppi, intellettuali accorsi a dare loro supporto, ma anche del silenzio ostinato degli Atenei e, tra loro, del nostro Ateneo; delle parole di saggezza che potevano venire e sono invece state taciute. Abbiamo assistito così, impotenti, a quello che sta diventando lo sfascio delle democrazie e dell’Unione Europea, al riarmo dei bilanci, alla conversione bellica dell’industria e, nei piani italiani ed europei della ricerca (universitaria e non), alla minuziosa e capillare opera di convincerci che la guerra è reale e già in atto e che sarà bello e nobile combatterla e morire per la Patria (vedere per esempio gli interventi dell’esercito nelle scuole e per i giovani, i commenti degli opinionisti e, ed ecco che l’università che è stata silente si trova ora chiamata in causa, le polemiche sugli atenei e negli atenei circa il ruolo e i rapporti che devono avere con l’esercito e con l’industria bellica).
Pensiamo, ad esempio, alle parole del ministro Crosetto (al Defence Summit organizzato da il Sole 24 ore, Roma, 04.12.2025): «Industria, università, ricerca, difesa. Deve essere un tutt’uno.»; pensiamo alle parole della ministra Bernini (alla Conferenza di Presentazione del Piano Strategico sull’Artico, Roma, 16.01.2026): «Non esistono più confini tra l’uso della scienza per scopi civili e scopi militari, non chiamatelo dual use se non vi piace, chiamatelo uso comune, ma questo è il futuro. […] La presenza di sicurezza e difesa ovunque si faccia ricerca è diventata imprescindibile»; pensiamo alla Risoluzione del Parlamento Europeo del 02.04.2025: P10_TA(2025)0058), in cui si afferma: «è necessaria una comprensione più ampia, tra i cittadini dell’UE, delle minacce e dei rischi per la sicurezza al fine di sviluppare una comprensione condivisa e un allineamento delle percezioni delle minacce in tutta Europa” e “mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate»; pensiamo alle linee guida della Commissione Europea per il prossimo programma quadro di Horizon, che parlano di un dual use by default and by design per i progetti di ricerca scientifica che verranno finanziati (Joint White Paper for European Defence Readiness 2030 del 19.03.2025: JOIN(2025) 120 final e European Preparedness Union Strategy del 26.03.2025: JOIN(2025) 130 final).
Crediamo che questa non solo non sia l’unica strada possibile ma anche che sia la peggiore; crediamo che si possa ancora fare qualcosa; e crediamo che, nel silenziamento sempre più generale e nel mezzo dei tentativi di creare un consenso unanime verso lo stato di guerra (preventiva, ibrida, permanente), l’Università abbia il dovere, intellettuale e morale, di fare sentire una voce critica, basata non su slogan e convenienze di mercato o politiche ma sulla ricerca e sulla riflessione, fondata sui valori dichiarati nel suo statuto e che ritroviamo, condivisi, nella Costituzionale Italiana, nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, nella carta costitutiva dell’UNESCO.
Per questo ci siamo mossi, preoccupati, allarmati e increduli di come veniva e viene affrontata la situazione; ma anche fiduciosi e convinti che sia necessario dare un contributo positivo a quanto sta accadendo, perché lo faccia, attivamente, l’Ateneo di cui siamo parte; ma anche perché, se non lo farà l’Ateneo, noi, come comunità universitaria, vogliamo comunque essere attori di quanto sta accadendo, contribuendo a trovare la rotta e non subire, spettatori passivi, scelte che riteniamo irresponsabili.
Vediamo con che velocità le cose stanno cambiando attorno a noi e presto arriveranno a toccarci nella nostra vita e nella nostra attività di ricerca. Per questo bisogna muoverci con urgenza.
Per questo non solo chiediamo al nostro Ateneo che inizi a fare qualcosa, ma ci facciamo organizzatori di quelle iniziative che vorremmo vedere attuarsi sia all’interno della comunità accademica che rivolte all’esterno, affinché ci sia confronto e riflessione (conferenze, dibattiti, un gruppo di lavoro sui temi della pace e della nonviolenza e sui temi della ricerca bellica e dei finanziamenti all’università in ambito militare), affinché si promuovano formazione (proposte e linee guida nella didattica) e interventi (un catalogo dei progetti di ricerca, linee guida per la ricerca, prese di posizione in ateneo, nel dibattito pubblico e negli organi della comunità scientifica, universitaria, nazionale e europea).
