Responsabilità e «collaborazionismo» degli scienziati secondo Leonardo Sciascia

Nel 1975, Leonardo Sciascia pubblica il libro «La scomparsa di Majorana» (Einaudi 1975; Adelphi 1997). È un libro che parla della responsabilità degli scienziati nei confronti del mondo. Lo scienziato non è neutrale (in realtà nessuno lo è). Infatti, neutrale è ciò che è inerte, ciò che messo in un ambiente non ne cambia le proprietà e i comportamenti. Noi non siamo neutrali, ciò che facciamo, ma anche ciò che non facciamo, cambia le cose e il mondo diventa diverso.

Nel 1938 il fisico teorico Ettore Majorana scompare, forse suicida, ma non si sa nulla su che cosa sia realmente successo al giovane scienziato e le sue eventuali motivazioni. Nel libro, Sciascia suggerisce che Majorana decida di sparire (forse richiudendosi in convento, ma le teorie sono molteplici) perché ha capito dove porta lo studio della fisica delle particelle a cui sta contribuendo: alla capacità di liberare l’energia nucleare, alla bomba atomica. Sciascia lo suggerisce sulla base di una serie di indizi che testimoniano il modo di vedere di Majorana e il suo livello di comprensione della fisica quantistica. Secondo Sciascia, dunque, sarebbe stata una scelta di responsabilità, quella di Majorana.

Ma al di là della sua tesi sul destino di Majorana e il motivo della sua scomparsa, e dopo aver raccontato il periodo che il fisico passa in Germania da Werner Heisenberg, nel 1933, Sciascia parla della responsabilità degli scienziati. Lo fa attraverso la seguente riflessione sullo sviluppo delle armi atomiche e il loro impiego, che vale la pena di rileggere oggi.

Chi, sia pure sommariamente (come noi: tanto per mettere le mani avanti), conosce la storia dell’atomica, della bomba atomica, è in grado di fare questa semplice e penosa constatazione: che si comportarono liberamente, cioè da uomini liberi, gli scienziati che per condizioni oggettive non lo erano; e si comportarono da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece godevano di una oggettiva condizione di libertà. Furono liberi coloro che non la fecero. Schiavi coloro che la fecero. E non per il fatto che rispettivamente non la fecero o la fecero – il che verrebbe a limitare la questione alle possibilità pratiche di farla che quelli non avevano e questi invece avevano – ma precipuamente perché gli schiavi ne ebbero preoccupazione, paura, angoscia; mentre i liberi senza alcuna remora, e persino con punte di allegria, la proposero, vi lavorarono, la misero a punto e, senza porre condizioni o chiedere impegni (la cui più che possibile inosservanza avrebbe almeno attenuato la loro responsabilità), la consegnarono ai politici e ai militari. E che gli schiavi l’avrebbero consegnata a Hitler, a un dittatore di fredda e atroce follia, mentre i liberi la consegnarono a Truman, uomo di «senso comune» che rappresentava il «senso comune» della democrazia americana, non fa differenza: dal momento che Hitler avrebbe deciso esattamente come Truman decise, e cioè di fare esplodere le bombe disponibili su città accuratamente, «scientificamente» scelte fra quelle raggiungibili di un paese nemico; città della cui totale distruzione si era potuto far calcolo (tra le «raccomandazioni» degli scienziati: che l’obiettivo fosse una zona del raggio di un miglio e di dense costruzioni; che ci fosse una percentuale alta di edifici in legno; che non avesse fino a quel momento subito bombardamenti, in modo da poter accertare con la massima precisione gli effetti di quello che sarebbe stato l’unico e il definitivo…)1.

Tra quelli che avrebbero potuto fare per Hitler l’atomica, Werner Heisenberg era senz’altro il più importante. I fisici che lavoravano a farla in America credevano, fino all’ossessione, che stesse facendola: e uno di loro, al seguito delle avanguardie americane delegato alla caccia dei fisici tedeschi, nell’idea che dove era Heisenberg doveva anche esserci l’officina dell’atomica, lo cercò poi febbrilmente in tutta quella parte della Germania che gli alleati andavano occupando. Ma Heisenberg non solo non aveva avviato il progetto della bomba atomica (lasciamo stare se poteva o no arrivare a farla: progettarla sicuramente poteva), ma aveva passato gli anni della guerra nella dolorosa apprensione che gli altri, dall’altra parte, stessero per farla. Non infondata apprensione, purtroppo. E cercò, anche se maldestramente, di far sapere a quegli altri che lui e i fisici rimasti in Germania non avevano l’intenzione, né sarebbero stati in grado, di farla […].

Comunque, in un mondo più umano, più attento e più giusto nella scelta dei suoi valori, dei suoi miti, la figura di Heisenberg più dovrebbe e nobilmente aver spicco di altre che nel campo della fisica nucleare operarono negli stessi suoi anni – più di coloro che la bomba la fecero, la consegnarono, con esultanza accolsero la notizia degli effetti e soltanto dopo (ma non tutti) ne ebbero smarrimento e rimorso.


  1. [Nota di Sciascia] La struttura organizzativa del «Manhattan Project» e il luogo in cui fu realizzato per noi si sfaccettano in immagini di segregazione e di schiavitù, in analogia ai campi di annientamento hitleriani. Quando si maneggia, anche se destinata ad altri, la morte – come la si maneggiava a Los Alamos – si è dalla parte della morte e nella morte. A Los Alamos si è insomma ricreato quello appunto che si credeva di combattere. Il rapporto tra il generale Groves, amministratore con pieni poteri del «Manhattan Project», e il fisico Oppenheimer, direttore dei laboratori atomici, è stato di fatto il rapporto che frequentemente si istituiva nei campi nazisti tra qualcuno dei prigionieri e i comandanti. Per questi prigionieri, il «collaborazionismo» era un modo diverso di esser vittime, rispetto alle altre vittime. Per gli aguzzini, un modo diverso di essere aguzzini. Oppenheimer è infatti uscito da Los Alamos annientato quanto un prigioniero «collaborazionista» dal campo di sterminio di Hitler. Il suo dramma – che non ci commuove affatto, a cui soltanto riconosciamo un valore di parabola, di lezione, di ammonizione per gli altri uomini di scienza – è propriamente il dramma, vissuto a livello individuale, soggettivo, di un nefasto «collaborazionismo» che molte migliaia di persone hanno vissuto (nel senso che ne sono morte) oggettivamente, in quanto ne sono state oggetto, bersaglio. E speriamo che altre e più vaste vendemmie di morte non vengano da questo, non ancora infranto, «collaborazionismo». ↩︎